giovedì, maggio 10, 2012

Progresso o Regresso? Il problema industrializzazione Thailandia i paesi emergenti ed inquinamento.

Le lacrime del vecchio Noi Jaitang nelle foto pubblicate sui giornali thailandesi del 9 marzo 2010 avevano commosso l’intero Regno. Piangeva alla lettura della sentenza con la quale si ordinava di riaprire quasi tutte le fabbriche chiuse a causa del pesante inquinamento dell’aria e del suolo nell’area di un enorme complesso petrolchimico a Map Ta Phut, nel sud della Thailandia.
Noi Jaitang (foto Bangkok Post)
Noi Jaitang (foto Bangkok Post)

Noi ha vissuto gran parte della sua vita di contadino in uno dei numerosi villaggi  trasformati dagli anni ‘80 in periferie dell’inferno, 170 km a est della capitale Bangkok. Da quando 200 industrie ad altissimo potere inquinante si sono insediate su quasi mille ettari lungo 15 chilometri di una delle coste un tempo più belle del Paese, Noi ha perso sei familiari uccisi dal cancro, e anche sua moglie si è vista diagnosticare due tumori cutanei.
Oggi  che uno dei più gravi incidenti nella storia dell’area industriale ha confermato la pericolosità degli impianti responsabili delle disgrazie di Noi e di altre migliaia di residenti, non sappiamo se sua moglie sia ancora viva, o se altri parenti siano stati colpiti dalla potente esplosione che il 5 maggio scorso ha ucciso 12 persone e ne ha ferite seriamente altre 130 nella fabbrica Bangkok Synthetics Co (BST), dove si producevano butadiene a altre sostanze usate per resine e plastiche sintetiche.




Il fumo dell'incendio alla Bangkok Synthetics
Il fumo dell'incendio alla Bangkok Synthetics


Di certo, con la sua immagine di rassegnata disperazione, Noi Jaitang è ancora oggi il simbolo di un ineluttabile destino toccato a 200mila tra lavoratori e abitanti dei 30 villaggi di questo distretto sottoposti da quasi trent’anni a una strage silenziosa. Prima dell’incidente di sabato, con le sue vittime allineate tutte insieme nelle camere mortuarie degli ospedali, le Ong locali avevano già calcolato almeno duemila decessi per cancro e malattie alle vie respiratorie, il tasso più alto di tutta la Thailandia (sette volte più della media nazionale, secondo i dati dell’Istituto Nazionale dei Tumori). Senza contare i problemi delle piogge acide e della qualità dell’aria (nel ’97 centinaia di studenti e insegnanti di una scuola locale sono stati ricoverati in un solo giorno con problemi respiratori) e i numerosi casi di “abnormità cromosomiche” registrati nei bambini nati attorno all’area industriale, con un incremento senza precedenti di malformazioni degli organi vitali.  http://www.youtube.com/watch?v=GMGn7B8KV…)
Map Ta Phut – 8 miliardi di euro di fatturato annuo (4,50 per cento del prodotto interno lordo thailandese) – è all’ottavo posto nella classifica degli impianti petrolchimici più grandi del mondo, e fin dall’inizio gruppi ambientalisti, Ong locali come Eastern People’s Network e perfino istituzioni pubbliche hanno denunciato il delicato conflitto tra gli interessi dell’economia nazionale e quello degli esseri umani sacrificati al “progresso”.


Dal maggio del 2009 – secondo il Dipartimento nazionale di controllo sull’Inquinamento - ci sono stati 25 incidenti gravi con diverse vittime e centinaia di feriti nelle fabbriche di composti chimici (compresa la stessa Bangkok Synthetics), sei dei quali in conseguenza degli scarichi illegali, nove avvenuti durante il trasporto delle sostanze, sette nella manifattura, tre presso le stazioni di servizio per la benzina e nei negozi di riciclaggio dei rifiuti. Inoltre dal marzo del 2011 a oggi è stata riscontrata nell’organismo di numerosi pazienti degli ospedali e delle cliniche attorno a Map Ta Phut una quantità enormemente superiore alla norma di sostanze nocive emesse da solidi e liquidi prodotti in quest’area, in particolare gas butadiene (lo stesso della fabbrica esplosa), cloroformio, dichloroethane, benzene.
Dopo l’esplosione di sabato scorso, talmente potente secondo alcuni testimoni da sollevare un camion di parecchi metri da terra, centinaia di abitanti sono stati evacuati per paura di una pericolosa esposizione alle sostanze gassose nocive rimaste sospese nell’aria. In mancanza di alternative, molti sono però tornati già a casa, ma altri non si fidano delle garanzie offerte dall’Autorità statale delle proprietà industriali (IEAT), secondo la quale l’incidente avrebbe sprigionato “soltanto” gas toluene, capace di provocare problemi respiratori e irritazioni cutanee ma non cancro. Inoltre domenica, poche ore dopo l’incidente della Bangkok Synthetics, una consistente quantità di ipoclorito di sodio usato come disinfettante e candeggina, è fuoriuscito da un altra fabbrica nella vicina area industriale della Seaboard Estate.
Il primo ministro thai Yingluck Shinawatra si è subito recata sul posto a verificare l’entità dei danni provocati e il ministro dell’Industria ha annunciato tre diverse inchieste per verificare le condizioni di sicurezza del grande complesso industriale definito un tempo il “fiore all’occhiello” dello “sviluppo sostenibile”. Ma come in passato, presto si riproporrà il problema della sorte futura dell’intero colosso industriale nel quale investono in diversi campi anche grandi compagnie straniere come l’americana Dow Chemical Co. (che acquistò la famigerata Union Carbide responsabile della strage di Bhopal in India), la tedesca Bayer,  l’australiana BlueScope Steel Ltd., oltre a giganti nazionali come la PTT e la Siam Cement.
Più volte a causa delle vertenze giudiziarie sollevate dagli ambientalisti, i potenti partner e investitori giapponesi hanno minacciato di abbandonare l’area per trasferire i loro interessi in Vietnam, Indonesia e Singapore, così che magistratura e politici hanno dovuto lasciare molte fabbriche a rischio libere di operare in Thailandia nonostante le scarse garanzie di sicurezza. E’ in questo contesto che un’altra grande compagnia nazionale, la Italian Thai (oggi a totale capitale thailandese, responsabile delle infrastrutture del complesso petrolchimico) sta cercando di ottenere finanziamenti per trasferire altre produzioni pericolose – ed eventualmente parte dei residui inquinanti di Map Ta Phut – nel nuovo complesso industriale di Dawei, un tratto di costa ancora incantevole a sud della Birmania.




Mappa del sito di Dawei in Birmania
Mappa del sito di Dawei in Birmania


E’ un’area dieci volte più grande di Map Ta Phut, dove è previsto – oltre al nuovo polo industriale – un enorme porto di acque profonde per le navi transoceaniche in grado di far arrivare e partire petrolio e derivati da e per l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente, così da evitare il lungo percorso attraverso lo stretto di Malacca.
Ma i precedenti di Map Ta Phut hanno messo in allarme le nuove autorità birmane, che a differenza del passato si dicono più sensibili ai temi ambientali e soprattutto ai delicati rapporti internazionali in vista di un alleggerimento delle sanzioni economiche. Questa svolta – imprevista ai tempi delle prime concessioni – ha costretto la Italian Thai ad ammettere i passati fallimenti in termini di sicurezza e salvaguardia ambientale in patria. “Poiché abbiamo imparato da Map Ta Phut  - ha detto il presidente Premchai Karnasuta – in Birmania non saranno fatti gli stessi errori. Map Ta Phut – ha aggiunto – è stato realizzato venti anni fa, mentre oggi abbiamo nuove tecnologie per controllare l’ambiente”.
Nonostante queste assicurazioni, però, il ministro dell’Energia del Myanmar, Than Htay, ha detto che prima di Dawei saranno sviluppate altre due Zone economiche speciali: Thilawa a ridosso della ex capitale Rangoon, e Kyaukphyu, un’isola incantevole a sua volta già compromessa dagli impianti per un gigantesco gasdotto diretto in Cina. Vuol dire che qualunque sarà la decisione presa, altri ambienti naturali e la vita di migliaia di persone subiranno presto le sorti di Map Ta Phut. Nonostante la transizione apparentemente pacifica di questi mesi, neanche la nuova democrazia birmana sembra capace infatti di finanziarsi senza sacrifici umani.

Fonte: http://bultrini.blogautore.repubblica.it/2012/05/08/lacrime-di-progresso/
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